TRA DEMOCRAZIA, MAFIOSITÀ E CITTADINANZA
ROMA - Valentini, 22 febbraio 2010
Sintesi dei contributi della tavola rotonda
In vista della commemorazione del massacro di San José de Apartadó, la Rete italiana di solidarietà Colombia Vive!, Libera, Associazioni nomi e numeri contro le mafie e la Fondazione Basso-Sezione internazionale, da anni impegnate nella difesa dei diritti umani in Colombia, hanno organizzato la tavola rotonda Italia e Colombia: tra democrazia, mafiosità e cittadinanza.Vi hanno partecipato, con il coordinamento di Simona Fraudatario: Gianni Tognoni, Segretario Generale del Tribunale Permanente dei Popoli della Fondazione Basso-Sezione internazionale, Fabio Neri, sociologo, Manuel Rozental, attivista politico, accademico, profondo conoscitore della realtà indigena e contadina della Colombia, Tonio Dell’Olio, responsabile della Sezione internazionale dell’Associazione Libera, Guido Piccoli, giornalista e scrittore. Nella stessa occasione è stato proiettato il documentario “Falsos Positivos” di Simone Bruno e Dario Carrillo.
Come ha ricordato Andrea Proietti, Presidente della Rete Colombia Vive, che ha aperto l’iniziativa, quest’anno la commemorazione dell’anniversario del massacro è diventato un momento per approfondire il contesto politico-economico globale in cui è inserita la Colombia e per indagare a fondo le cause della sistematicità delle violazioni dei diritti umani nel Paese. La Comunità di San Josè de Apartadò è vittima per eccellenza dell’applicazione della logica della violenza e dell’impunita nel Paese, le cui ragioni vanno rintracciate negli interessi economici legati alle risorse presenti sul suo territorio e nella dinamica del conflitto colombiano. Per questo motivo, il titolo dato all’iniziativa attraversa i temi della democrazia, della cittadinanza, del territorio e della mafiosità, osando un parallelismo tra Italia e Colombia, due Paesi legati da pratiche simili di controllo territoriale e da meccanismi generalizzati di corruzione.
Gianni Tognoni introduce il tema dell’impunità in America Latina sulla base delle indagini svolte dal Tribunale Russell II prima e dal Tribunale Permanente dei Popoli (TPP) poi. Diversamente dagli altri Paesi sudamericani, la Colombia non è mai stata formalmente una dittatura, pur utilizzandone meccanismi e strumenti come quello della repressione sistematica. Il TPP applica per la Colombia, a partire dalla Sessione sull’Impunità in America Latina del 1991, la strategia d’azione e di pensiero che gli è propria, quella cioè di indagare la violazione come espressione di una assenza di diritto. Dietro la formalità della democrazia in Colombia si nascondono in realtà forme di impunità normativa e strutturale, che spiegano le ragioni per cui gli organi politici e giudiziari non intervengono nella protezione dei civili. Le violazioni commesse corrispondono a crimini contro l’umanità e crimini di guerra che impediscono al popolo di avere un futuro. Nei Paesi dove maggiormente vi sono casi di violazioni, le vittime non hanno la possibilità di ricorrere alla giustizia (sia nazionale, regionale che internazionale) e per rivendicare i diritti loro negati ricorrono all’unica tribuna in grado di ascoltarli e di fornire strumenti di valutazione giuridica dei fatti da loro subiti. Il progetto della recente sessione del TPP sugli impatti che le imprese transnazionali hanno sul diritto dei popoli in Colombia è nato con l’obiettivo di colmare un vuoto giuridico e di fare chiarezza sulle cause politiche ed economiche della violenza nel Paese, qualificandone i fatti ed individuandone i responsabili.
Fabio Neri approfondisce il tema della cultura e pratica mafiosa in Italia e in Colombia, grazie ad un’analisi delle strategie di controllo del territorio da parte delle organizzazioni criminali ed economiche nei due Paesi. Le organizzazioni mafiose nascono e si sviluppano all’interno di sistemi economici. In Colombia il legame tra pratiche mafiose e processi di valorizzazione economica è maggiormente evidente rispetto al nostro Paese. Ma in entrambi i casi , la mafia si infiltra nelle dinamiche sociali, economiche, culturali e politiche della società e trova la sua forza nella fusione di questi elementi. In Colombia il blocco di potere si è strutturato grazie al vincolo esistente tra paramilitari, narcotrafficanti e il complesso economico-militare, in maniera molto simile alla struttura delle organizzazioni mafiose italiane, quali la n’drangheta e la camorra. Tuttavia le due condizioni non sono del tutto assimilabili. Le strategie di controllo del territorio si determinano attraverso la formulazione di vere e proprie mappe, create da coloro i quali detengono il potere, che hanno la capacità di mobilitare risorse economiche e militari e di infiltrarsi nella cultura, nell’economia e nella politica di un Paese. È così che si crea l’esercito del potere. Analizzando nello specifico la situazione italiana, e illustrandone l’articolazione del potere, è risultato evidente come la presenza di organizzazioni mafiose si concentri soprattutto nelle aree di maggiore sviluppo economico. È il caso della pianura padana o della Calabria, anche se quest’ultima sembra non disporre di sufficienti risorse economiche. Tuttavia la necessità di capitali in Calabria, permette alle cosche mafiose di entrare anche più facilmente nell’industria, nell’agricoltura e nelle infrastrutture (basta osservare le reti autostradali o grandi settori commerciali in ascesa). La mafia è inoltre sempre stata infiltrata nella politica nazionale, attraverso il controllo delle Aziende sanitarie locali, attraverso i fondi UE e i servizi pubblici. Negli ultimi anni si è registrato un cambiamento nella dinamica dell’infiltrazione mafiosa: il mafioso non controlla più il politico, non corrompe, ma diventa lui stesso un politico (si pensi solo al fatto che il 60% dei Consiglieri regionali in Calabria è inquisito). In Italia ci sono leggi che li beneficiano le organizzazioni criminali garantendo loro totale copertura. Si pensi solo al fatto che l’11,4% del Pil italiano è il volume d’affari delle quattro principali organizzazioni criminali in Italia (l’Eurispes ci ha definito l’Italia un Paese a legalità limitata).In Colombia l’agire criminale nell’economia del Paese è ancora più evidente: un milione di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case in maniera forzata; i terreni da loro occupati non hanno titolo di proprietà, sono “libere” di essere occupate dalla criminalità organizzata. Il passo successivo è stato la consegna di altre terre agli sfollati, effettuata dagli stessi paramilitari per creare consenso. I paramilitari distribuivano inoltre acqua, fornivano prestiti e favorirono i trasporti, grazie a cooperative che hanno iniziato a controllare i fondi dello Stato. Il terzo passo è stato l’inizio di grandi investimenti economici (progetti di agro business). Quattoridici parlamentari sono stati implicati nell’esecuzione di tali strategie paramilitari. L’impunità dei crimini da questi commessi garantisce loro legittimità giuridica, politica e sociale e la legalizzazione del controllo territoriale. Da questo si comprende che la violenza implicita (in Italia) o esplicita (in Colombia) è usata dalle mafie sempre con l'obiettivo del controllo dell’economia di un territorio.
L’intervento di Manuel Rozental ha permesso di inquadrare la realtà italiana e quella colombiana all’interno del sistema politico-economico vigente, in cui può essere compreso il ruolo del capitale transnazionale e come questo determini il consolidarsi di una cultura della mafiosità e della violenza. La Colombia è un laboratorio dove è in atto un progetto di sviluppo economico e un progetto criminale. Alla domanda sulle ragioni dell’esistenza di 4 milioni e mezzo di desplazados in Colombia lo Stato attribuisce la responsabilità alla guerra. La situazione in realtà è inversa: i desplazados sono l’obiettivo della guerra e non una conseguenza, e questo si evince dalla mappa dei progetti economici nel Paese. La guerra e la violenza in Colombia sono finalizzate alla realizzazione di un progetto economico transnazionale e tale progetto trae beneficio dalle violenze e dai crimini commessi contro la popolazione civile, che viene privata della libertà di scegliere il proprio sistema economico e sociale. “Per utilizzare un termine medico, nessuno ha il gene della violenza o della mafia, ma è l’economia che spinge alla violenza e alla mafiosità. Il meccanismo e la strategia in atto sia in Colombia che in Italia, come in qualsiasi altro territorio dove è presente un potere illecito è il seguente: c’e’ poca gente ricca, ci sono tante risorse, c’e’ troppa gente povera che occupa il territorio delle risorse. Diventa necessario distruggere la gente povera per dare la possibilità a pochi di usufruire delle risorse. La mafia è come un virus, ha un comportamento parassitario e per riprodursi spesso procede fino a determinare la morte della cellula ospite”.
Tonio Dell’Olio, sulla base degli elementi prodotti dalla discussione, ribadisce la necessità dell’affermazione della cultura della legalità nel cammino della lotta contro le mafie. Solo attraverso un lavoro di riformulazione culturale si può sperare di eliminare “il virus” della mafia e della mafiosità.
Guido Piccoli intervenendo sul tema del terrorismo in Colombia, presenta il documentario di Simone Bruno e Dario Carrillo sul recente scandalo dei Falsos Positivos in Colombia, a cui ha contribuito come sceneggiatore. I Falsos positivos sono civili fatti sparire, uccisi e presentati come guerriglieri caduti in combattimento. Sono un modo per mascherare esecuzioni extragiudiziarie e sono una pratica sistematica (a causa della diversità delle unità militari coinvolte e della distribuzione geografica dei casi fino ad ora accertati) utilizzata per confondere l’opinione pubblica e per convincerla dei buoni risultati della politica di sicurezza democratica. I falsoso positivos sono dunque strumenti utilizzati dallo Stato per giustificare il modello di democrazia esistente e la lotta al terrorismo, che in realtà è una copertura per applicare politiche economiche neoliberali.
Le conclusioni dell’iniziativa sono state affidate ad Andrea Proietti.
Raccolta appunti per elaborazione sistesi Daniela Franzò.